Lauro

Questo romanzo racconta la vita di un uomo santo, in un genere che mescola con grazia, fantasia e memoria storica, la leggenda popolare, il profilo agiografico, la cronaca medievale, la favola antica e l’apologo edificante. Vodolazkin sembra volersi congiungere alla tradizione formativa dei Racconti di un pellegrino russo, per additare ai suoi contemporanei quale può essere la strada per ritrovare la grande anima di un popolo sempre tormentato e per trarne una rinnovata fonte di ispirazione. Ma questo scrittore, così colto e particolare, non si rivolge soltanto ai compatrioti. La sua prosa simbolica e pedagogica suscita sicura ammirazione anche da parte di chiunque desideri cogliere i segreti e le risorse delle più grandi esperienze spirituali, che sono tali se sorgono sulle gambe di un’umanità vissuta senza risparmio, con autentica pienezza.

Lauro è il compiersi di un processo evolutivo. Lo vediamo bambino, in un piccolissimo villaggio della Russia settentrionale del XV secolo, quando ancora si chiama Arsenio ed è rimasto orfano a causa di una terribile pestilenza. Viene allevato dal saggio nonno Cristoforo e impara i detti dei grandi uomini del passato e le virtù curative delle erbe. Conosce anche la giovanissima Ustina, e se ne innamora, ma una terribile tragedia gliela strappa. Comincia da lì un viaggio di solitudine e penitenza, di sperimentazione di un amore assoluto. La sua sorprendente ed istintiva abilità di guaritore lo accompagna, prima a Belozersk e poi a Pskov, e Arsenio nel frattempo diventa Ustino, in ricordo della sua unica amata, abbracciando così il destino di tanti altri folli in Cristo (gli jurodivye). Dopo un apostolato estremo e miracoloso, conosce un giovane italiano, giunto in Oriente alla ricerca della fine del mondo animato da una fede sincera e da stupefacenti doti di veggente. I due partono in carovana per Gerusalemme, attraversano terre sconosciute e dalla Polonia scendono fino a Venezia, per imbarcarsi con altri pellegrini e approdare a Giaffa. La sventura, tuttavia, sembra abbattersi ancora su Arsenio, che dopo molto tempo, però, torna quasi a casa, al monastero di San Cirillo, dove assume il nome di Ambrogio, l’amico italiano che l’ha dolorosamente abbandonato. È sempre, e ancora, il Medico, visitato da poveri e ricchi, e impegnato nei ritmi più sacri della religiosità ortodossa. La fede lo accoglie in tutto e per tutto, diventa Lauro e la natura lo abbraccia, per una finale manifestazione liberatoria che, dopo un’ultima prova, lo rivela e lo consacra nell’accettazione estrema della sua vita e dell’amore che lo ha sempre animato.

Il protagonista di questo libro colpisce al cuore, per la capacità di compassione e per il desiderio di redenzione che lo avvolgono, ma anche per l’incrollabile determinazione con cui decide ogni volta di darsi completamente alla natura e alla vita, e di far tesoro di qualsiasi avvenimento. Il mistero di questa forza, forse, sta nelle parole dell’Angelo Custode, cui Arsenio si rivolge curioso in un momento di disperazione: “Gli Angeli non si stancano, rispose quello, perché non risparmiano le loro forze. Se dimentichi che le tue forze sono limitate, anche tu non ti stancherai. Sappi, Arsenio, che può camminare sulle acque soltanto colui che non teme di annegare”. È una lezione di coraggio, quindi, di fiducia e tenacia, e si aggiunge ad un altro grande insegnamento, che matura allo stesso modo durante le lunghe peregrinazioni per la Terrasanta: lo spostamento nello spazio arricchisce l’esperienza e comprime il tempo. Sicché, come accade in taluni passaggi di questa storia quasi fantastica, si può arrivare a credere veramente di poter coltivare la sapienza, prevedere il futuro e condividere, con ciò, le culture di uomini tanto diversi. Se proprio lo vogliamo e lo crediamo, possiamo assaggiare l’eternità e i suoi paradossi già in questa nostra avventura terrena.

fulviocortese.it

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