“Lauro” dell’Umberto Eco russo sulla via dei classici

Avventurarsi in un Medioevo senza tempo e senza età parrebbe una contraddizione in termini, non lo è se lo scrittore è un colto russo contemporaneo cui riesce un romanzo a dir poco stupefacente. Evgenij Vodolazkin, filologo ed esperto di storia medievale, con il suo “Lauro” (uscito in Italia da Elliot, p. 300, euro 18,50) si è appena aggiudicato il Big Book Award di Mosca, solo un mese dopo aver incassato lo Yasnaya Polyana, il premio intitolato alla casa di Tostoj. Due prestigiosi riconoscimenti in una stagione e quattro vite per un protagonista: questi i numeri dell’opera con cui l’autore si presenta per la seconda volta sulla scena della narrativa con un romanzo destinato a diventare un classico della letteratura. E in Russia già si parla di un nuovo Umberto Eco.

Siamo a metà del Quattrocento. Il piccolo Arsenio, orfano a causa di una terribile pestilenza, cresce con il nonno saggio, dal quale apprende i detti dei grandi uomini del passato e il potere curativo delle erbe, che lo porterà in seguito a diventare un medico leggendario. Conosce presto l’amore e altrettanto presto lo perde tragicamente: l’adorata Ustina muore di parto senza che lui possa aiutarla. Sconvolto, Arsenio intraprende un viaggio di solitudine e privazioni ed è l’inizio di un processo evolutivo, un pellegrinaggio che lo farà crescere attraverso numerose metamorfosi. Diventerà Ursino, in memoria dell’unica amata, abbraccerà il destino degli jurodivye, i folli in Cristo (una delle numerose correnti mistiche) in un apostolato fatto di guarigioni miracolose al servizio dei flagellati dalla grande peste. Toccherà Gerusalemme, la Polonia, Venezia e molte terre sconosciute, sempre in qualità di guaritore di ricchi e poveri. Permeato di fede e di amore, ritornerà da vecchio e riverito medico nel villaggio di origine con il nome di Lauro (il “giusto”) per affrontare un’ultima prova che si rivelerà la sfida più ardua del suo percorso di vita terrena e spirituale.

La vita di un santo a quattro tempi: quattro epoche e quattro vite che si intrecciano in un romanzo postmoderno, dove la difficile collocazione spazio-temporale è bilanciata elegantemente dal filo conduttore di forza e amore che lega le diverse vite del protagonista, superando la concessione letteraria dello splitting. È interessante leggere che “il monastero si trovava nella futura piazza Komsomol di Pskov“, la toponimia fuori tempo rafforza l’impressione che Arsenio viva al di sopra degli avvenimenti: “gli eventi non sempre scorrono nel tempo, a volte scorrono per conto loro, fuori dal tempo“. Una differenziazione delle spazialità che ricorda il pensiero del grande Pavel Florenskij e il suo misticismo di stampo non trascendentale (“Tutto passa, ma tutto rimane. Niente si perde completamente, niente svanisce. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo“).

E Vodolazkin ci riporta ancora a Florenskij quando la mistica scivola nella scienza: “L’attesa della fine del mondo logora i nervi, e se da Ambrogio si aspettano l’elisir della vita eterna c’è una logica. In fondo se cercano la vita eterna del corpo, a chi altro rivolgersi se non a un medico?”

Con uno spiccato senso di compassione e di redenzione, Vodolazkin fa leva sulla forza di volontà, quasi a voler imprimere coraggio e indicare la strada spirituale al suo popolo, quello russo, tormentato e flagellato dalla storia, e dimostrare che solo attraverso un vissuto ricco senza risparmio di sofferenza è possibile dare un senso alla tragicità dell’esperienza terrena. Un approccio filosofico universale che trascende i confini storico-geografici, ovviamente, ma che qui risulta arricchito da uno scrittore colto e raffinato che ci regala uno spaccato di vita medievale affrescato a meraviglia.

Per chi ha amato i classici russi e per chi desidera avvicinarsi a un contemporaneo concentrato sulle forze interiori dell’individuo e affrancato dalla socialità in un Paese dove il romanzo (non la stampa, né la TV né il cinema o il teatro) ha sempre rappresentato la forma espressiva ove dire l’indicibile. E se l’amore risulta essere il motore della vita, non dimentichiamoci che “a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza” (Fedor Dostoevskij).

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